Il concetto di “colpevolizzazione della vittima” è stato coniato da William Ryan con con la pubblicazione, nel 1971, del suo libro intitolato appunto Blaming the victim. La pubblicazione è una critica al saggio di Daniel Patrick Moynihan, The Negro Family: The Case for National Action, 1965, in cui l’autore descriveva le sue teorie sulla formazione dei ghetti e la povertà intergenerazionale.
Ryan muove una critica a queste teorie in quanto le considera tentativi di attribuire la responsabilità della povertà al comportamento e ai modelli culturali dei poveri stessi. Il concetto è stato ripreso in ambito legale, in particolare in difesa delle vittime di stupro accusate a loro volta di aver causato o favorito il crimine subìto.
Generalmente si parla di “vittimizzazione secondaria” (o post-crime victimization) quando le vittime di crimini subiscono una seconda “vittimizzazione”, cioè una seconda aggressione, che le rende di nuovo vittime, da parte delle istituzioni.
Questa seconda aggressione può essere operata anche da rappresentanti delle Istituzioni, ad esempio da figure sanitarie, polizia, avvocati e della magistratura (che possono non credere alla versione della vittima e accusarla di avere provocato l’aggressione). Anche i mass media possono causare una
“vittimizzazione secondaria”, per esempio pubblicando la foto e il nome della vittima, esponendola all’opinione pubblica senza nessuna etica, oppure insinuando che la denuncia sia una calunnia senza attendere il verdetto del tribunale.
Le istituzioni che possono esercitare vittimizzazione secondaria sono per lo più forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali e servizi sanitari.
Da una indagine qualitativa effettuata dal centro antiviolenza Dire Donne in rete contro la violenza, del novembre 2023, si evince che all’inizio del percorso di uscita dalla violenza il 60% delle donne ha subìto vittimizzazione secondaria da parte delle forze dell’ordine e degli operatori della giustizia, il 32% da parte dei servizi sociali e il 25% da parte degli operatori sanitari. Riguardo agli operatori sanitari, dalla su indicata ricerca, si evince che la vittimizzazione secondaria si manifesta, per lo più, nel primo contatto che la donna, vittima di violenza, ha con il pronto soccorso e si estrinseca con scarsa attenzione, mancanza di empatia, esplicitazione di dubbi circa la violenza subìta, scarsa disponibilità all’ascolto, o anticipazione di ciò che la donna può fare, anche riguardo alla eventuale denuncia, con la rappresentazione di scenari, che la vittima, in condizioni di completa destabilizzazione, può percepire come un rischio per sé e per eventuali figli.
Un altro impatto la vittima di violenza, nella maggior parte dei casi, lo ha con la figura dello psicologo, afferente ai servizi territoriali, che nella presa in carico integrata, nella valutazione della sua condizione psicofisica e delle competenze genitoriali, nel caso in cui ci siano dei figli, può non dare particolare importanza alle violenze subìte dalla donna, arrivando a considerarla parzialmente incompetente nella gestione dei figli.
[Tratto da “Il libro bianco per la formazione sulla violenza contro le donne”]
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